Kokopelli | Il blog di Vincenzo Caico
Vincenzo Caico | Racconti | domenica 20 giugno 2010 14:57
Negli ultimi tempi mi sono cimentato nella scrittura di qualche racconto, conto di pubblicarli a poco a poco su questo blog. Questo è il primo, buona lettura.

Mia nonna diceva che quando piove, piove su tutti, sopra i belli e sopra i brutti. La pioggia è democratica, tratta tutti allo stesso modo, richiama all’ordine e presenta il conto. Quando ero bambino e i miei genitori erano via per lavoro, amavo trascorrere le lunghe ore pomeridiane sulle sue ginocchia, a contemplare la vita di paese che scorreva oltre i vetri del balcone.
Pensavo che la pioggia cambiasse non solo le abitudini delle persone che animavano la strada su cui si affacciava la nostra casa siciliana, ma anche le persone stesse. Mia nonna, dal canto suo, alimentava la mia fantasia con notizie più o meno vere, aneddoti e considerazioni che ai miei occhi di bambino rendevano quegli uomini e quelle donne dei personaggi quasi fantastici che richiamavano alla mente le storie che lei stessa amava leggermi quando il sole si faceva più basso oltre i tetti delle case.
E allora quel negoziante di alimentari, che solitamente intratteneva le sue clienti fin oltre la soglia del suo negozio in lunghe chiacchierate generose di sorrisi e ammiccamenti, quando pioveva e i colori sbiadivano verso il grigio più scuro, restava da solo e in silenzio davanti a quell’ingresso. Fumava mestamente le sue sigarette alzando lo sguardo solo per rincorrere con gli occhi le donne che allungavano il passo davanti a lui incalzate dalla pioggia senza nemmeno salutarlo. Nessuna di loro gli faceva più compagnia ed io immaginavo che la tristezza scendesse sulla sua anima come un velo grigio e leggero. E proprio allora, quando la sua figura sembrava aver perso ogni sfrontatezza e appariva più fragile, mia nonna gli lanciava i suoi improperi da dietro i vetri, alludendo ai sue peccati di marito infedele.
Sopra la bottega del dongiovanni, al secondo piano, abitava la vedova Ruisi, la proprietaria dell’intero stabile. Trascorreva le sue giornate a leggere o a lavorare a maglia seduta sul balcone. Quando l’acqua iniziava a cadere giù la vedova Ruisi raccoglieva le sue cose e si rintanava dietro le persiane. Il non vederla più al suo posto quasi mi disorientava, come se in quei momenti perdessi uno dei punti di riferimento di quella mia semplice e infantile quotidianità. Mia nonna sosteneva che la signora Ruisi trascorreva tutto quel tempo seduta sul balcone aspettando ancora il ritorno di un figlio che si era trasferito in Germania alcuni anni prima e l’aveva abbandonata senza più dare notizia di sé.
Persino il vecchio contadino che tutti i giorni, tranne le domeniche, ritornava dalla campagna al tramonto in groppa al suo asino - che mia nonna lasciava intendere fosse più vecchio del suo padrone - quando pioveva assumeva un aspetto diverso. Nascondeva il suo viso scuro e grinzoso sotto la cerata che teneva ferma sopra le testa con le dita nodose per ripararsi dalla pioggia. L’acqua attutiva il consueto rumore degli zoccoli sull’asfalto e il dondolarsi del contadino sopra l’animale si faceva ancora più malinconico e dolente.
“Sta passannu lu cristianu vecchiu a cavaddu di lu sceccu vecchiu” diceva mia nonna, e poi aggiungeva, con un po’ di quella sua compassione tipica siciliana: “Mischìnu, tuttu si sta vagnannu”.
Ma di quel tempo sul finire degli anni Settanta, che per me diventa sempre più un rassicurante rifugio nella memoria, mi ricordo soprattutto di quella ragazzina dai capelli rossi di qualche anno più grande di me e del vestito a fiori che indossava nei giorni di festa. Subito dopo la messa usciva insieme alle sua amiche dal cortile dell’oratorio in fondo alla stradina che si apriva di fronte casa nostra. A volte infilava anche un cappellino alla pescatora colorato che le nascondeva il volto. Il suo volto era quasi un mistero per me.
Mia nonna la lodava senza nemmeno conoscerla. Diceva che andava bene a scuola, che era educata ed elegante, graziosa, e che da grande avrebbe sicuramente regalato molte soddisfazioni ai suoi genitori. Ovviamente, alla fine di quei discorsi, mi raccomandava di seguire il suo esempio. Ma quella ragazzina dalla pelle chiara per me era semplicemente quel personaggio dei libri illustrati che doveva portare da mangiare ad una nonna ammalata attraversando un bosco pieno di insidie.
Negli altri giorni, invece, la vedevo rincasare dopo la scuola. La signora Ruisi aveva affittato a suo padre, un carabiniere originario di un paese delle Madonie, l’appartamento al primo piano che - sempre secondo mia nonna - era inizialmente destinato a quel figlio scomparso. La ragazzina si fermava sul marciapiede davanti casa, si allungava sulle punte dei piedi per suonare il campanello e dopo pochi istanti le veniva aperto, e lei spariva, inghiottita dal grande portone di legno scuro.
Un giorno di pioggia battente, però, mentre l’acqua straripava dai piccoli fiumi che scorrevano lungo le cunette ai bordi della strade, il portone rimase chiuso.
Lei arrivò di corsa alla solita ora, davanti casa. Probabilmente aveva dimenticato l’ombrello, oppure nessuno aveva pensato per lei che quel giorno potesse piovere. Suonò tre, quattro, cinque volte il campanello senza ottenere alcuna risposta. Allora rimase sul marciapiede da sola, sotto la pioggia che cadeva fitta e inesorabile. Stringeva al petto i suoi libri con i capelli bagnati che le si attaccavano sul viso, mentre i vestiti leggeri inzuppati si raggrinzavano sulle sue braccia sottili.
Mia nonna dispensava come una litania la sua compassione a buon mercato nei confronti di quel piccolo angelo dalla pelle chiara, ma io non facevo caso alle sue parole, anzi, dopo qualche istante non le sentii più. Non sentii più nemmeno il rumore della pioggia che batteva sopra i vetri, e neppure le altre voci che quando pioveva salivano dalla strada come in un rimbombo. Non vidi più le persone che si affrettavano a raggiungere un riparo dalla pioggia o che aprivano i loro ombrelli scuri, e non mi accorsi più delle automobili che avanzavano lente e affondavano le loro ruote nelle pozze sollevando schizzi di acqua e terra.
Io ero ancora seduto sulle gambe di mia nonna che nel frattempo si era addormentata come spesso faceva subito dopo pranzo. Eravamo rimasti solo noi due al mondo, nel nostro mondo: io e la ragazzina dai capelli rossi grondanti di pioggia.
Passarono così dei lunghi istanti. Appena ritornai in me capii che avrei voluto correre giù per le scale ed aprirle la porta di casa mia, oppure svegliare mia nonna e chiederle di fare qualcosa per lei, ma temevo la sua reazione e i suoi rimproveri. La ragazzina stava lì, immobile davanti al portone di legno, tenendo il volto basso e i piccoli piedi uniti, ed io potevo sentire sulla mia lingua le sue lacrime dolciastre unirsi ai rivoli di pioggia amara e i brividi di freddo percorrere cattivi la sua pelle.
I minuti trascorrevano lenti come una tortura. Io avevo non più di quattro o cinque anni e la osservavo restando al sicuro, prigioniero del calore buono della mia casa e della mia inerzia. Tenevo i palmi delle mani schiacciati contro il vetro mentre le mie ginocchia si agitavano nervosamente ed io mi sentivo sempre più piccolo e impotente.
Dopo un po’ di tempo – dieci minuti, o mezz’ora, o un’ora, chissà - arrivò un uomo sulla cinquantina che non avevo mai visto prima, il padre forse, o un amico di famiglia. Le sussurrò qualche parola all’orecchio, poi la prese per mano e la portò via con sé. Io rimasi dietro i vetri ad osservarli mentre si allontanavano verso il fondo della strada. Poco dopo il cielo si schiarì, squarciato dai primi bagliori del sole che si riaffacciava sul paese. La vita delle persone e della strada ritornava alla normalità, ma io stringevo ancora nel petto il mio rimpianto bambino di non aver fatto nulla per lei.
Un giorno di primavera, la ragazzina dai capelli rossi e la sua famiglia si trasferirono altrove ed io non ebbi più notizie di lei. Solo qualche tempo dopo scoprii dai discorsi dei miei genitori che il suo nome era Margherita.
Ma ancor oggi, nelle giornate di pioggia, quando guardo fuori dalla finestra di questo mio ufficio e la vita sembra volermi presentare il suo conto, mi sorprendo a ricordare quell’episodio. E penso che il mio coraggio di uomo sia per sempre rimasto appeso lì, su quel marciapiede di tanti anni fa, a quei capelli bagnati e a quelle braccia sottili. A quel pianto e alla sua paura.
Commenti:
1. da Elena | domenica 4 luglio 2010 14:05
Aspetto i prossimi :)