Kokopelli | Il blog di Vincenzo Caico
Vincenzo Caico | Racconti | mercoledì 21 luglio 2010 10:07

Ambra dice che aspetta con ansia il mercoledì a partire dalla sera prima. Che è il suo piccolo momento di piacere. Io non mi faccio illusioni, però: dice tante cose. Quando arrivo ha già messo i pezzi sulla scacchiera, alla rinfusa, e ha tirato giù i cuscini, visto che giochiamo sul pavimento e ogni partita dura un’ora o più.
"Non tocca a me il nero" faccio, come ogni volta.
"Sì invece" dice lei, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.
Mi piace osservarla mentre gioca. Quando riflette sulla prossima mossa ha l’espressione seria ed impegnata di chi con un solo gesto potrebbe cambiare i destini del mondo.
Volevo insegnarle la dama, che è più semplice, ma lei ha insistito per gli scacchi: ogni pezzo per lei è un personaggio ben distinto, con una storia a sé, che prende parte ad una grande impresa collettiva. Se fa un errore grossolano la correggo, allora reagisce quasi con insofferenza. Sbuffa, contesta ma poi accetta il consiglio. Una cosa in più che impara, piccoli mattoni che costruiscono il suo crescere.
Nadia ha lasciato la porta della cucina socchiusa, per rispettare la nostra intimità, e di tanto in tanto sbircia. A volte sorride. Attraverso la fessura posso intuire i suoi movimenti in cucina: rapidi, precisi, leggeri, come fossero una danza. La prima volta che sono venuto a trovarle nella loro nuova casa ha esitato a chiudere la porta, combattuta tra il dovere di lasciarci da soli per due ore e l’istinto di proteggere i loro spazi, di ribadirne il possesso. Adesso sta asciugando i piatti con un panno uno ad uno, ma forse è solo un modo per tenersi impegnata e far trascorrere questo tempo.
Due settimane fa è passata a trovarla un’amica, una che ha conosciuto dopo noi due. Si sono chiuse in cucina a discutere e fumare. A tratti parlavano sottovoce - probabilmente di me ed Ambra -, a tratti le sentivo ridere attraverso la porta, con quella complicità tipica delle amicizie tra donne ben rodate.
Oltre quella porta c’è un mondo che non mi appartiene più.
La settimana scorsa, invece, è venuto a trovarla un uomo, un mio coetaneo. Giacca e cravatta, ricci neri, aspetto curato, un professionista di non so cosa. Stringendomi energicamente la mano ha esibito un sorriso fiducioso e costruttivo. Sapeva di pulito e dopobarba costoso. Ambra, invece, aveva appena rovesciato i suoi acquerelli sulla mia polo.
Dopo avermi salutato si è diretto verso il frigo come un padrone di casa, ha tirato fuori una bottiglia di birra, ha preso due bicchieri con la premura e la naturalezza di chi sa trattare le donne e ha raggiunto Nadia in cucina chiudendo anche lui la porta dietro di sé.
Avrei dovuto sentirmi uno spettatore apatico dello scorrere quotidiano di esistenze distinte, lontane dalla mia, eppure ho percepito un rivolo velenoso insinuarsi per un attimo dentro di me.
Adesso Ambra sta cercando di costruire una caserma dei pompieri con i lego. Osservo le sue mani, le sue dita muoversi con un’orgogliosa incertezza. Avverto il suo calore, il suo odore, la sua fisicità. Durante i nostri primi incontri la trovavo che giocava già in soggiorno. Mi avvicinavo a lei timidamente, in punta di piedi. In fondo ero un intruso arrivato col treno delle 16:50 nella sua vita, uno che neanche sapeva bene ciò che stava rivendicando.
Stavolta, invece, mi ha accolto a metà dell’unica rampa di scale - ventidue gradini - che conduce al loro appartamento. Quando sono arrivato a circa un metro ha spalancato le braccia e si è lasciata andare nel vuoto: un abbraccio sorprendente e sconsiderato.
Stringendola al petto è stata la prima volta che ho avuto davvero coscienza di lei.
Ambra: un mio prodotto, una vita che si è staccata dalla mia, uno spin-off della natura. Voglio il meglio per lei, ne sono certo e mi stupisco a pensarlo. Voglio che faccia della sua vita un piccolo miracolo, quell’idea di miracolo che inseguivo anch’io a vent’anni e che è andata perduta nello scontro con le misere contingenze della vita.
Voglio che Ambra porti avanti, a modo suo, quanto di buono ci sia - o ci fosse - nel mio messaggio al mondo. La cura migliore per tutti i miei rimpianti.
Eppure il mio rimpianto più grande è stato proprio lei. Ma questo l’ho compreso soltanto da poche settimane. Ci sono cose che richiedono prese di coscienza, non buoni consigli.
Cinque anni fa non ho battuto ciglio quando Nadia mi comunicò la sua decisione di portarla al mondo e crescerla da sola. Forse quella sua dichiarazione era l’ultimo tentativo di scuotermi, di recuperare una relazione che stava andando a rotoli verso l’abisso.
Invece la lasciai da sola. Lei rimaneva in trincea, io avrei cambiato città.
Mi bastò un fine settimana per portar via da quella nostra casa durata solo sei mesi tutta la mia roba, i miei dischi, i miei libri. Per dimenticare che da lì a poco sarei diventato padre di qualcuno che dopo la mia fuga sarebbe comunque cresciuto sulla mia stessa terra, chissà dove, chissà come.
L’ho tagliata fuori dalla mia vita come si espleta un compito durante un processo aziendale. Ho chiuso la pratica così. Una pratica che ho scoperto avere un peso tale che devi contrarre i muscoli per non rischiare di farti male quando ti salta addosso. Una creatura che ha un suo odore, un suo calore, un naso umido, capelli e piccole mani.
La porta della cucina si apre e la testa di Nadia si affaccia a sorpresa. "Vi va un’aranciata?". Mi giro verso Ambra cercando una sua risposta. Lei fa una smorfia a cucchiaio con la bocca, ostenta sufficienza. Insisto io, le faccio "Mh?". Si prende ancora qualche istante, poi sorride e annuisce scuotendo la testa con energia.
"Va bene – ne vengo fuori -, due belle aranciate per me e per la signorina": le battute brillanti, è vero, non sono mai state il mio forte.
Nadia arriva in soggiorno a piedi nudi con il vassoio. Ci porge i bicchieri, ne prende uno anche per sé e si accomoda sulla poltrona. Stavolta rimane con noi. Accavalla le gambe con eleganza stanca, sorride ad Ambra. Hanno entrambe la pelle un po’ abbronzata, gli stessi capelli chiari e le stesse lentiggini. Sono già state al mare. Magari ci sono state col professionista di non so cosa.
Osservo la serenità matura di Nadia, le sue braccia toniche ricoperte di peli biondi e sottilissimi, la sua calma attenzione. Provo ad immaginare le difficoltà che ha dovuto affrontare per tirare avanti in questi anni. Adesso le sono grato di non avermi fatto alcuna domanda, di non avermi rinfacciato nulla. Forse sarebbe bastata una parola di troppo per farmi ritornare sulle mie decisioni.
Da quando ho voluto riprendere i contatti mi ha solo parlato del suo lavoro di insegnante e di Ambra. Dei soldi ne abbiamo parlato una volta sola e quasi con imbarazzo. Ci siamo accordati subito, in uno scambio di battute.
Immagino che lei abbia pochi amici ma fidati e che il tempo che può dedicare a se stessa sia praticamente nullo. Questa casa minuscola ma curata, con entrambi i nomi e l’unico cognome possibile sul citofono, è il loro piccolo paradiso a colori.
Ad un tratto vedo la scena dal di fuori come ripresa da un grandangolo. Interno giorno: io, lei ed Ambra nel loro appartamento. Nadia seduta in poltrona, noi due per terra in mezzo ai cuscini, sul pavimento disseminato di lego e piccoli personaggi di gomma. Penso allora che ci si possa sentire fortunati, nella vita, quando si è ancora in tempo per le scelte giuste.
"Facciamo un’altra partita a scacchi?".
"Si è fatto tardi. Tra poco devo andare".
"Non importa, iniziamo lo stesso e continuiamo mercoledì prossimo. Quando torni".
Vincenzo Caico | Web e dintorni | martedì 20 luglio 2010 23:28

Alcamo.it si rinnova praticamente ogni tre anni e da ieri è online la nuova versione, la 3.0. Stavolta offriamo un blog d’informazione curato da Massimo Provenza, giornalista professionista e collaboratore del Giornale di Sicilia, e alcuni blog d’autore scritti da persone interessanti di Alcamo e dintorni che hanno idee e cose da raccontare. Per partecipare al sito non è necessaria alcuna iscrizione, ci si autentica tramite Facebook. I primi due blog d’autore sono già partiti: Fuori dal coro di Roberto Scurto e La tavoletta dello scriba curato da Rita Cane. Buon lavoro a noi!
Vincenzo Caico | Visioni | venerdì 16 luglio 2010 14:21
"Se qualcuno mi avesse detto che dopo 60 e passa anni sarei tornato qui ad Auschwitz con mia figlia e i miei nipoti, lo avrei preso per pazzo".
Adolek Kohn, 89 anni, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, è stato convinto dalla figlia Jane a girare questo video insieme a lei e ai suoi nipoti. Le riprese sono state fatte ad Auschwitz e nei campi di Terezin, ora in Repubblica Ceca, e Dachau in Germania. Il video ovviamente sta facendo molto discutere e non si può che rispettare tutte le opinioni. Per quanto mi riguarda, io lo trovo bellissimo.
Vincenzo Caico | Eventi | lunedì 12 luglio 2010 22:37

Gli amici del Caffè Sotto il Mare di Trapani invitano tutti a firmare una petizione online con la quale chiedono al Sindaco di Trapani di poter usufruire, in via straordinaria, della piazzetta Esedra per lo svolgimento delle serate estive organizzate dal circolo.
Il Caffè Sotto il Mare, per chi non lo conosce, è un circolo ARCI ed una delle realtà culturali più vivaci di Trapani, e la piazzetta Esedra, che si trova lungo le Mura di Tramontana, antistante il mare e alle spalle della sede del circolo, è il luogo naturale per ospitarne iniziative estive.
Ogni sera, sia d’inverno che d’estate, si può andare nei locali del circolo e bere una birra o prendere un aperitivo a prezzi popolari ed ascoltare dell’ottima musica dal vivo, guardare uno dei film in rassegna o partecipare ad un incontro con un artista o uno scrittore, ma soprattutto puoi incontrare delle persone interessanti e sentirti subito a tuo agio, tra amici, in un ambiente deliziosamente accogliente.
Capita allora che i soliti amanti del buon riposo ed invidiosi dell’altrui divertimento - perché ogni città ha i suoi amanti del buon riposo ed invidiosi dell’altrui divertimento - si lamentino per l’eventuale danno che i concertini e gli incontri potrebbero arrecare ai loro anziani - non in senso anagrafico - timpani qualora essi si svolgano nella piazzetta.
A parte che la piazzetta Esedra si trova in una zona del centro storico di Trapani dove molte case sono ormai disabitate, ma l’anno scorso ho avuto il piacere di partecipare ad uno dei concertini all’aperto organizzati dal Caffè e posso assicurarvi che la musica era ben udibile solo nel raggio di una trentina di metri.
Non so quanto efficace possano essere le raccolte di firme online per smuovere le coscienze degli amministratori di una città nella cui pancia si sono annidati per anni importanti centri massonici e meno importanti gruppetti di estrema destra, ma qualche secondo per firmare e sostenere gli amici del Caffè Sotto il Mare lo possiamo trovare tutti. Su su, firmiamo.
caffè sotto il mare, trapani, piazzetta esedra, arci |
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Vincenzo Caico | Deliri | domenica 4 luglio 2010 18:53

Nell’Italietta dei nostri giorni Marcello Veneziani è comunemente considerato uno dei maggiori intellettuali di destra. Se riesce a riversare in un solo articolo un quantità così ingente di qualunquismo, banalità e stupidaggini, la destra dei puttanieri e dei farabutti non ha di che lamentarsi che nel nostro paese siano considerati dei veri intellettuali solo quelli che guardano a Gianfranco Fini o a sinistra.
Stavolta persino i lettori de IlGiornale.it non gliele mandano a dire nei commenti. Un consiglio: se fossi Marcello Veneziani eviterei di accostarmi, di questi tempi, a Marcello Lippi o Marcello Dell’Utri. Per la serie "quando uno se le va a cercare".
Vincenzo Caico | Eventi | martedì 29 giugno 2010 12:55
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Mi piacciono i personaggi che sanno riscattare la propria immagine da aspetti negativi o banali che, per colpa loro o del circuito mediatico di cui fanno parte, l’hanno caratterizzata.
Per questo, ora che l’Italia è fuori dai Mondiali, faccio il tifo per Diego Armando Maradona e la sua Argentina e per questo ho fatto il tifo per Pietro Taricone attore. Ho apprezzato il suo impegno nel cercare di diventare un bravo professionista, per non essere inghiottito dal dimenticatoio dopo un paio d’anni di comparsate nelle discoteche, come capita alle tante e inutili figure sfornate dal Grande Fratello.
Pietro Taricone non c’è più e ne sono dispiaciuto. Ma più di ogni altra cosa mi dispiace per sua moglie e sua figlia.
Vincenzo Caico | Web e dintorni | venerdì 25 giugno 2010 23:34
Christian Rocca è una delle menti più brillanti del giornalismo italiano, ma è anche un gran rosicone. Che l’Inter vinca così tanto non gli va proprio giù. Adesso scrive sul suo incommentabile blog (nel senso che non prevede la possibilità di lasciare dei commenti ai suoi post) che la mancanza di talenti italiani nel nostro calcio sia dovuta ad una presa di potere di Moratti, presidente dell’Inter, dopo il disarcionamento dei divi di Calciopoli.
Se l’Inter è una squadra che vince e stravince schierando praticamente solo giocatori stranieri, nulla vieta alle altre squadre, Milan e Juve in testa, di coltivare i propri vivai e regalare giovani promesse alla Nazionale. Il problema è che da quelle parti vorrebbero essere come l’Inter e di scommettere sui propri vivai se ne fregano tanto quanto l’Inter, ma i loro padroni hanno chiuso il portafogli ormai da tempo.
nazionale, calcio, christian rocca |
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Vincenzo Caico | Pensieri | giovedì 24 giugno 2010 18:53

In questi momenti è molto facile prendersela con Lippi, è vero, ma condivido le parole di Zamparini, presidente del Palermo: "Era una nazionale senza nessun talento. Gli unici talenti che avevamo li abbiamo lasciati a casa, quindi fate un po’ voi".
La mancanza di umiltà con cui Marcello Lippi ha gestito la Nazionale non ha pagato e da questo punto di vista credo che abbia parecchio da imparare da Diego Armando Maradona, il meno allenatore e il più vincente (almeno fino ad ora) degli allenatori di questi Mondiali, il quale ammette che telefonerebbe volentieri al suo amico Mourinho per farsi dare dei consigli.
"Questa storia la stanno scrivendo i ragazzi, se non c’è feeling con loro nulla è possibile. Nessuno ritiene che vi sia un mago qui, la magia la fanno i giocatori e sarà così fino all’ultimo pallone di questo mondiale". Maradona parla così della sua Argentina, e con almeno due giocatori di talento e fantasia tra Miccoli, Balotelli e Cassano forse anche per l’Italia sarebbe andata diversamente.
Vincenzo Caico | Racconti | domenica 20 giugno 2010 14:57
Negli ultimi tempi mi sono cimentato nella scrittura di qualche racconto, conto di pubblicarli a poco a poco su questo blog. Questo è il primo, buona lettura.

Mia nonna diceva che quando piove, piove su tutti, sopra i belli e sopra i brutti. La pioggia è democratica, tratta tutti allo stesso modo, richiama all’ordine e presenta il conto. Quando ero bambino e i miei genitori erano via per lavoro, amavo trascorrere le lunghe ore pomeridiane sulle sue ginocchia, a contemplare la vita di paese che scorreva oltre i vetri del balcone.
Pensavo che la pioggia cambiasse non solo le abitudini delle persone che animavano la strada su cui si affacciava la nostra casa siciliana, ma anche le persone stesse. Mia nonna, dal canto suo, alimentava la mia fantasia con notizie più o meno vere, aneddoti e considerazioni che ai miei occhi di bambino rendevano quegli uomini e quelle donne dei personaggi quasi fantastici che richiamavano alla mente le storie che lei stessa amava leggermi quando il sole si faceva più basso oltre i tetti delle case.
E allora quel negoziante di alimentari, che solitamente intratteneva le sue clienti fin oltre la soglia del suo negozio in lunghe chiacchierate generose di sorrisi e ammiccamenti, quando pioveva e i colori sbiadivano verso il grigio più scuro, restava da solo e in silenzio davanti a quell’ingresso. Fumava mestamente le sue sigarette alzando lo sguardo solo per rincorrere con gli occhi le donne che allungavano il passo davanti a lui incalzate dalla pioggia senza nemmeno salutarlo. Nessuna di loro gli faceva più compagnia ed io immaginavo che la tristezza scendesse sulla sua anima come un velo grigio e leggero. E proprio allora, quando la sua figura sembrava aver perso ogni sfrontatezza e appariva più fragile, mia nonna gli lanciava i suoi improperi da dietro i vetri, alludendo ai sue peccati di marito infedele.
Sopra la bottega del dongiovanni, al secondo piano, abitava la vedova Ruisi, la proprietaria dell’intero stabile. Trascorreva le sue giornate a leggere o a lavorare a maglia seduta sul balcone. Quando l’acqua iniziava a cadere giù la vedova Ruisi raccoglieva le sue cose e si rintanava dietro le persiane. Il non vederla più al suo posto quasi mi disorientava, come se in quei momenti perdessi uno dei punti di riferimento di quella mia semplice e infantile quotidianità. Mia nonna sosteneva che la signora Ruisi trascorreva tutto quel tempo seduta sul balcone aspettando ancora il ritorno di un figlio che si era trasferito in Germania alcuni anni prima e l’aveva abbandonata senza più dare notizia di sé.
Persino il vecchio contadino che tutti i giorni, tranne le domeniche, ritornava dalla campagna al tramonto in groppa al suo asino - che mia nonna lasciava intendere fosse più vecchio del suo padrone - quando pioveva assumeva un aspetto diverso. Nascondeva il suo viso scuro e grinzoso sotto la cerata che teneva ferma sopra le testa con le dita nodose per ripararsi dalla pioggia. L’acqua attutiva il consueto rumore degli zoccoli sull’asfalto e il dondolarsi del contadino sopra l’animale si faceva ancora più malinconico e dolente.
“Sta passannu lu cristianu vecchiu a cavaddu di lu sceccu vecchiu” diceva mia nonna, e poi aggiungeva, con un po’ di quella sua compassione tipica siciliana: “Mischìnu, tuttu si sta vagnannu”.
Ma di quel tempo sul finire degli anni Settanta, che per me diventa sempre più un rassicurante rifugio nella memoria, mi ricordo soprattutto di quella ragazzina dai capelli rossi di qualche anno più grande di me e del vestito a fiori che indossava nei giorni di festa. Subito dopo la messa usciva insieme alle sua amiche dal cortile dell’oratorio in fondo alla stradina che si apriva di fronte casa nostra. A volte infilava anche un cappellino alla pescatora colorato che le nascondeva il volto. Il suo volto era quasi un mistero per me.
Mia nonna la lodava senza nemmeno conoscerla. Diceva che andava bene a scuola, che era educata ed elegante, graziosa, e che da grande avrebbe sicuramente regalato molte soddisfazioni ai suoi genitori. Ovviamente, alla fine di quei discorsi, mi raccomandava di seguire il suo esempio. Ma quella ragazzina dalla pelle chiara per me era semplicemente quel personaggio dei libri illustrati che doveva portare da mangiare ad una nonna ammalata attraversando un bosco pieno di insidie.
Negli altri giorni, invece, la vedevo rincasare dopo la scuola. La signora Ruisi aveva affittato a suo padre, un carabiniere originario di un paese delle Madonie, l’appartamento al primo piano che - sempre secondo mia nonna - era inizialmente destinato a quel figlio scomparso. La ragazzina si fermava sul marciapiede davanti casa, si allungava sulle punte dei piedi per suonare il campanello e dopo pochi istanti le veniva aperto, e lei spariva, inghiottita dal grande portone di legno scuro.
Un giorno di pioggia battente, però, mentre l’acqua straripava dai piccoli fiumi che scorrevano lungo le cunette ai bordi della strade, il portone rimase chiuso.
Lei arrivò di corsa alla solita ora, davanti casa. Probabilmente aveva dimenticato l’ombrello, oppure nessuno aveva pensato per lei che quel giorno potesse piovere. Suonò tre, quattro, cinque volte il campanello senza ottenere alcuna risposta. Allora rimase sul marciapiede da sola, sotto la pioggia che cadeva fitta e inesorabile. Stringeva al petto i suoi libri con i capelli bagnati che le si attaccavano sul viso, mentre i vestiti leggeri inzuppati si raggrinzavano sulle sue braccia sottili.
Mia nonna dispensava come una litania la sua compassione a buon mercato nei confronti di quel piccolo angelo dalla pelle chiara, ma io non facevo caso alle sue parole, anzi, dopo qualche istante non le sentii più. Non sentii più nemmeno il rumore della pioggia che batteva sopra i vetri, e neppure le altre voci che quando pioveva salivano dalla strada come in un rimbombo. Non vidi più le persone che si affrettavano a raggiungere un riparo dalla pioggia o che aprivano i loro ombrelli scuri, e non mi accorsi più delle automobili che avanzavano lente e affondavano le loro ruote nelle pozze sollevando schizzi di acqua e terra.
Io ero ancora seduto sulle gambe di mia nonna che nel frattempo si era addormentata come spesso faceva subito dopo pranzo. Eravamo rimasti solo noi due al mondo, nel nostro mondo: io e la ragazzina dai capelli rossi grondanti di pioggia.
Passarono così dei lunghi istanti. Appena ritornai in me capii che avrei voluto correre giù per le scale ed aprirle la porta di casa mia, oppure svegliare mia nonna e chiederle di fare qualcosa per lei, ma temevo la sua reazione e i suoi rimproveri. La ragazzina stava lì, immobile davanti al portone di legno, tenendo il volto basso e i piccoli piedi uniti, ed io potevo sentire sulla mia lingua le sue lacrime dolciastre unirsi ai rivoli di pioggia amara e i brividi di freddo percorrere cattivi la sua pelle.
I minuti trascorrevano lenti come una tortura. Io avevo non più di quattro o cinque anni e la osservavo restando al sicuro, prigioniero del calore buono della mia casa e della mia inerzia. Tenevo i palmi delle mani schiacciati contro il vetro mentre le mie ginocchia si agitavano nervosamente ed io mi sentivo sempre più piccolo e impotente.
Dopo un po’ di tempo – dieci minuti, o mezz’ora, o un’ora, chissà - arrivò un uomo sulla cinquantina che non avevo mai visto prima, il padre forse, o un amico di famiglia. Le sussurrò qualche parola all’orecchio, poi la prese per mano e la portò via con sé. Io rimasi dietro i vetri ad osservarli mentre si allontanavano verso il fondo della strada. Poco dopo il cielo si schiarì, squarciato dai primi bagliori del sole che si riaffacciava sul paese. La vita delle persone e della strada ritornava alla normalità, ma io stringevo ancora nel petto il mio rimpianto bambino di non aver fatto nulla per lei.
Un giorno di primavera, la ragazzina dai capelli rossi e la sua famiglia si trasferirono altrove ed io non ebbi più notizie di lei. Solo qualche tempo dopo scoprii dai discorsi dei miei genitori che il suo nome era Margherita.
Ma ancor oggi, nelle giornate di pioggia, quando guardo fuori dalla finestra di questo mio ufficio e la vita sembra volermi presentare il suo conto, mi sorprendo a ricordare quell’episodio. E penso che il mio coraggio di uomo sia per sempre rimasto appeso lì, su quel marciapiede di tanti anni fa, a quei capelli bagnati e a quelle braccia sottili. A quel pianto e alla sua paura.